M5S stana i partiti che non vogliono trasparenza sui conti

Questo è il devastante effetto, forse imprevisto, della legge 3/2019, la cosiddetta “spazzacorrotti”, plasmata dai Cinque Stelle e in vigore dal 31 gennaio per imporre trasparenza, per l’appunto, ai bilanci dei partiti

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trasparenza sui conti pd
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Uno spettro si aggira per i partiti: lo spettro di una trasparenza assoluta. Il dottor Luciano Calamaro, magistrato della Corte dei Conti nonché capo di una Commissione esterna che controlla i bilanci dei partiti, qualche settimana fa, ha inviato una lettera ai tesorieri dal tono accorato. Gentili signori, vi prego di aiutarci – è il senso delle parole di Calamaro – a delimitare i confini del nostro intervento, a indicarci le associazioni, le fondazioni, i comitati elettorali a voi legati che noi, esiguo gruppo di magistrati misti tra Cassazione, Consiglio di Stato, Corte dei Conti, dobbiamo esaminare.

Questo è il devastante effetto, forse imprevisto, della legge 3/2019, la cosiddetta “spazzacorrotti”, plasmata dai Cinque Stelle e in vigore dal 31 gennaio per imporre trasparenza, per l’appunto, ai bilanci dei partiti, ai contributi privati da 500 euro in su da esporre sui siti ogni mese. A muovere Calamaro e colleghi è il paradosso del comma 20: il testo equipara ai partiti o ai movimenti politici, in sostanza, tutte le fondazioni e tutte le associazioni nei cui organi direttivi figuri un parlamentare italiano o europeo o persino un eletto a livello locale. La regola è estesa agli ex eletti fino a dieci anni fa. Al 2009. Un tempo sconfinato.

Un esempio: se il promotore di una bocciofila di Benevento era un assessore dell’ultima giunta campana del governatore Antonio Bassolino (parliamo del 2010), la bocciofila è costretta a sottoporsi al bisturi di Calamaro. Almeno è il senso letterale del comma 20 della legge 3/2019 che ha innescato le proteste di ex ministri, senatori, deputati e sottosegretari – come Ilaria Borletti Buitoni – e inquieta Confindustria, Confartigianato, Confcommercio e l’intero terzo settore, il non profit, con un dilemma: per scongiurare pasticci, dobbiamo vietare l’ingresso ai nostri vertici agli ex politici, pure a chi ha smesso dieci anni fa?

Il dilemma è irrisolto perché la legge non risponde, ma si staglia nel sistema giuridico con i suoi difetti e le sue intenzioni. A una lettura più approfondita, di commi ammassati con gravissima confusione, però, s’intuisce la ratio giuridica della “spazzacorrotti”: riportare sotto la luce e la vigilanza democratica soltanto gli organismi privati che ruotano attorno ai partiti – non tutti, in maniera indistinta – e però hanno beneficiato troppo a lungo di una segretezza inaccettabile. Gli ex ministri Gaetano Quagliariello, Maurizio Gasparri, Giulio Tremonti, Roberta Pinotti, Franco Frattini, l’ex premier Massimo D’Alema, l’ex senatore Ugo Sposetti, l’ex sottosegretario Gianni Letta, i leghisti Guglielmo Picchi, Mario Borghezio e ancora decine e decine di politici hanno creato o animano decine e decine di fondazioni, associazioni, centri di studio che fanno politica o sono imparentati con un partito. Una logica, peraltro, che autorizza a conoscere i rendiconti dell’Associazione Rousseau, presieduta da Davide Casaleggio, strettamente connessa ai Cinque Stelle, ma anche della onlus Più Voci, guidata da Giulio Centemero, tesoriere leghista, e assurta agli onori delle cronache nel caso Parnasi.

Il criterio di vicinanza tra i partiti da un lato e le fondazioni e le associazioni dall’altro – si intuisce dalla lettura integrale della “spazzacorrotti” – va rintracciato nei rapporti “finanziari”, passaggi di denaro o concessione di servizi, tra i primi e le seconde. Così al Pd sperano che la norma consenta di risalire al “tesoretto” di immobili degli ex comunisti, riparati dal saggio Sposetti in una miriade di piccole associazioni, autonome per statuto. Un dubbio è rimasto in sospeso: i tesorieri dei partiti hanno poi soddisfatto le richieste di Calamaro? Non ancora. Perché la situazione suggerisce prudenza. Alfredo Messina, senatore e tesoriere di Forza Italia, ha girato la missiva di Calamaro a uno studio legale per un parere, prima di fornire un elenco di possibili associazioni o fondazioni affiliate sul territorio nazionale o locale. Per due motivi. Il primo: se l’elenco è sbagliato, si cade in una spiacevole e pericolosa delazione. Il secondo: se l’elenco non è esaustivo, il partito – non gli altri – rischia una sanzione di decine di migliaia di euro e di perdere il diritto di accesso alla torta del 2 per mille (14 milioni complessivi nel 2018) con le dichiarazioni dei redditi.

Finirà con i tesorieri che replicano sconsolati: ci dispiace, caro Calamaro, ma non sappiamo cosa dire. E Calamaro e colleghi potranno scrivere ai presidenti di Camera e Senato, da cui sono nominati e da cui dipendono: siamo costernati, ma i mezzi a nostra disposizione non ci permettono di controllare centinaia, chissà migliaia, di associazioni e fondazioni. Una riedizione di quello che è successo già quattro anni fa in occasione del primo atto della Commissione di Calamaro. Tra errori e melina, al governo e soprattutto ai Cinque Stelle conviene aggiustare la “spazzacorrotti”. Prima che sia spazzata via per inedia.

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