Cgil e Uil contro i tagli alle pensioni d’oro

“La Cgil Senato e la Uil organi costituzionali Senato si dichiarano fermamente contrarie al recepimento del taglio delle pensioni” sono le doglianze fatte mettere a verbale al confronto dello scorso 12 marzo con l’ufficio di Palazzo Madama che si occupa del personale.

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Maurizio Landini tagli pensioni d'oro

A Palazzo Madama tira aria di tempesta da qualche giorno. Perché i sindacati sono sul piede di guerra e minacciano sfaceli. Che accade? L’amministrazione del Senato vuole procedere col taglio alle cosiddette pensioni d’oro, i maxi-assegni pronti a essere limati per ragioni di equità sociale già dal 2019 e per i prossimi cinque anni, fino a dicembre 2023 per effetto della legge di Bilancio approvata a dicembre scorso.

C’è pure qualche super Paperone che percepisce oltre 500 mila euro come l’ex segretario generale Antonio Malaschini. Ma di tagli i sindacati non vogliono sentir parlare. “La Cgil Senato e la Uil organi costituzionali Senato si dichiarano fermamente contrarie al recepimento del taglio delle pensioni” sono le doglianze fatte mettere a verbale al confronto dello scorso 12 marzo con l’ufficio di Palazzo Madama che si occupa del personale. Che ha convocato i sindacati per capire l’aria che tira. Brutta, a quanto pare. Perché dicono no alla sforbiciata e contestano pure il metodo: “La misura in questione è materia di contrattazione, non di una semplice consultazione. E pertanto riteniamo che il Senato, nell’ambito della propria autonomia avrebbe dovuto avviare un tavolo di trattativa”. Fine dell’incontro.

Ora però c’è una certa premura a chiudere la questione dell’applicazione del contributo di solidarietà immaginato dal governo per chi percepisce trattamenti previdenziali molto elevati. Che è articolato per scaglioni, mediante aliquote di riduzione crescenti, per specifiche fasce di importo. Conti alla mano, il taglio si applica alle pensioni sopra i 7.692,30 euro lordi mensili ed è ovviamente più salato se l’assegno a fine mese è più pesante: secondo le previsioni del governo le pensioni sono ridotte di un’aliquota pari al 15 per cento per la parte eccedente l’importo tra 100 mila e fino a 130 mila, al 25 per cento per la quota da 130.001 euro a 200.000 euro; 30 per cento da 200.001 euro a 350.000 euro; al 35 per cento per la quota da 350.001 euro a 500.000 euro; al 40 per cento per la quota eccedente i 500.000 euro. Proprio il caso dell’ex segretario generale, Malaschini che ha lasciato Palazzo Madama nel 2011 con una pensione di 519.015 euro. Più una promozione a consigliere di Stato, incarico per il quale l’interessato, all’epoca, aveva fatto sapere di aver rinunciato alla retribuzione, che pure gli sarebbe spettata.

Il suo predecessore Damiano Nocilla (segretario generale a Palazzo Madama dal 1992) è anche lui pensionato d’oro del Senato. Subito dopo la fine dell’incarico era stato anche lui nominato consigliere di Stato godendo sia del trattamento pensionistico che di quello retributivo afferente l’attività di magistrato. Almeno fino al 2014 quando venne fissato il tetto massimo di 240 mila euro al cumulo degli emolumenti a qualsiasi titolo erogati, a carico delle finanze pubbliche, a favore di un solo soggetto. Lui e altri grand commis colpiti dalla mannaia hanno fatto ricorso in tutte le sedi possibili: dopo il no della Corte costituzionale, ora sperano nella Corte di Giustizia europea affinché venga riconosciuto il loro diritto a percepire l’intero trattamento retributivo da Palazzo Spada (e quanto gli è stato nel frattempo trattenuto), oltre alla pensione dal Senato. Che l’attuale governo ha deciso di ulteriormente decurtare. Anche i ricchi piangono, a modo loro.

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