L’“assistenzialismo” piace parecchio pure al Nord

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C’è un fantasma che s’aggira per l’Italia: è la realtà e, nel nostro caso, la realtà di una crisi nazionale che vede il Pil ancora 5 punti più in basso e 1,8 miliardi di ore lavorate (e quindi pagate) in meno rispetto al 2008; che conta cinque milioni di “poveri assoluti” e 9,3 milioni di “poveri relativi” (Istat). La realtà, dicevamo, ha questa brutta abitudine di ripresentarsi ogni tanto e lo ha fatto in questo fine settimana, quando s’è scoperto che Lombardia e Piemonte sono tra le prime cinque regioni per richieste di reddito di cittadinanza dopo pochi giorni dal suo lancio.

Eppure sono mesi che leggiamo di questo benedetto “partito del Nord” o “della crescita” o “del Pil” – e comunque sempre del Nord – che si ribella, stanco di politiche assistenziali, auscultato e solleticato dai meglio media e dal loro relativo circo: un fronte trasversale che impazzisce dal desiderio del tunnel in Val di Susa e si sente male solo a pensare che qualcuno voglia percepire un sussidio dallo Stato. È “il popolo del sofà” già irriso dal leghista old fashioned Luca Zaia e dal suo collega Attilio Fontana, che teme che il reddito di cittadinanza possa “determinare uno stile di vita”, ovviamente nel Sud che non intraprende e aspetta l’elemosina pubblica. Ma non sono solo i governatori nordisti a irridere “i divanisti” solleticando l’orgoglio dell’operoso Nord vessato dai fannulloni: politici (pure soi-disant di sinistra), commentatori, imprenditori, vescovi. Come ha riassunto Libero qualche giorno fa: “Risorse dimezzate per il Settentrione, il Sud si pappa tutto”.

E poi c’è la realtà della crisi più lunga e intensa mai vissuta dal Paese, tutto, in tempo di pace. E i numeri non possono che raccontarla: sono quasi 122 mila le domande di reddito di cittadinanza pervenute a Poste italiane dal 6 marzo a sabato e le prime cinque regioni per numero di richieste sono la Campania con 16.112, la Lombardia con 16.015, la Sicilia con 13.873, il Lazio con 11.644 e il Piemonte con 11.244. Il dato è atteso al punto che la previsione è già contenuta nelle stime del ministero sugli effetti del decreto e in parte “giustificata” dal fatto che al Nord vive il 47% dei residenti in Italia, assai più che al Centro e al Sud.

Com’è noto, la previsione “bollinata” dalla Ragioneria generale prevede che la platea dei beneficiari (calcolata all’85% degli aventi diritto) sarà composta da circa 1,3 milioni di nuclei familiari (compresi i single) e circa 4 milioni di persone interessate. Ovviamente il Mezzogiorno – che ha più alte percentuali di aventi diritto al reddito di cittadinanza sul totale della popolazione – riceverà percentualmente più benefici dalla misura, ma la stima del ministero prevede comunque che Lombardia e Piemonte restino tra le prime sei regioni per numero di richieste anche a regime e che, in generale, circa metà delle persone aiutate siano residenti al Centro e, soprattutto, al Nord: parliamo di quasi due milioni di persone che vivono – non si sa se ignorate o tollerate – spalla a spalla col “partito del Nord”, che peraltro visto da vicino sembra più che altro il partito dei ricchi.

È bene ricordare che qui parliamo di richieste, la cui accettazione andrà verificata alla luce del meccanismo infernale di condizionalità (i famosi paletti) messe alla concreta applicazione della misura. A consuntivo, probabilmente, si scoprirà che il cosiddetto “reddito di cittadinanza” (che non è un reddito di cittadinanza) finirà in discreta parte alle imprese sotto forma di sgravio sulle assunzioni di percettori del sussidio. E a quel punto assisteremo alla giravolta mediatica del partito del Nord, che applaudiva mentre si regalavano 10 miliardi a chi guadagna tra 18 e 24mila euro senza paletti di reddito familiare e patrimonio e oggi si strappa le vesti perché 7 miliardi vanno a gente che guadagna zero o giù di lì. La famosa “pacchia per immigrati e rom” di cui Il Giornale di Berlusconi.

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