Superteste inchioda i Renzi. Il papà prometteva: «Vi porto da Matteo»

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Oggi a Cuneo il gup Emanuela Dufour dovrà decidere se rinviare a giudizio Laura Bovoli in un’inchiesta per bancarotta; entro sabato il gip di Firenze Angela Fantechi si esprimerà sulla richiesta di revoca degli arresti domiciliari per la signora e per il marito Tiziano Renzi; infine lunedì ci sarà la prima udienza del processo in cui i coniugi sono alla sbarra insieme con Luigi Dagostino ex socio nella Party srl, accusati di aver emesso fatture per operazioni inesistenti.

Il procedimento si annuncia ricco di colpi di scena. I Renzi caleranno il loro jolly, proponendo ai giudici la testimonianza di un parente pronto a scagionarli, mentre la pm Christine von Borries ha in serbo una clamorosa contromossa: le dichiarazioni di un architetto che giura di aver realizzato lui stesso, su incarico di Dagostino, il progetto che nel 2015 i Renzi
avrebbero rivenduto all’imprenditore. Peccato che il medesimo studio
fosse già stato profumatamente pagato (più di 322.000 euro) tra il 2013 e
il 2015 allo stesso professionista. In pratica le planimetrie sarebbero
state pagate due volte: la prima all’architetto, la seconda ai Renzi,
che hanno emesso due fatture nel giugno del 2015, una da 170.800 euro e
una 24.400, per un totale di 195.200 all’incirca per il medesimo lavoro.

I due documenti avevano come oggetto «uno studio di fattibilità di una struttura ricettiva e food» mai realizzata. Eppure vennero saldate dalla Tramor dello stesso Dagostino, poi ceduta al gruppo Kering, azienda che liquidò la seconda fattura ed è quindi considerata vittima di truffa.

Durante le indagini i magistrati hanno sequestrato due mail in cui la fattura
più cospicua presentata dai genitori dell’ex premier (la 202 della
Eventi 6), subisce delle modifiche sia per quanto riguarda l’oggetto sia
per l’importo, passando da 122.000 a 170.800 euro nel giro di 24 ore.

Nella seconda mail era allegato un prospetto di 8 pagine intitolato «Taste
Mall» (una specie di Eataly in salsa rignanese) comprendente una
descrizione sommaria (tre pagine scarse) del progetto e cinque
planimetrie. Nell’aprile del 2018 ha ammesso di aver pagato il babbo per la sua attività di lobbista, visto che in quel periodo svolgeva la mansione di facilitatore d’affari con politici d’area Pd, soprattutto nel settore
dei centri commerciali. La giustificazione ufficiale per quei pagamenti,
come risulta dalle intercettazioni, sarebbe, però, meno scivolosa: Dagostino
versava cifre fuori mercato perché pativa la sudditanza psicologica nei
confronti del padre del premier. In un’intercettazione del 15 marzo
scorso, inserita dalla pm in vista del processo in un nuovo deposito
d’atti, la compagna di Dagostino, Ilaria Niccolai, preannuncia la linea difensiva in questo modo: «Noi non si può parare il culo ai Renzi e la difesa dovrà essere sul discorso della sudditanza».

In realtà tutta questa sudditanza non sembra esserci. Quando viene messa in pagamento la prima fattura dei Renzi (quella da 24.400 euro), Dagostino ha l’onore di entrare a Palazzo Chigi per un appuntamento con l’allora sottosegretario Luca Lotti. Nell’occasione l’imprenditore è accompagnato dal magistrato Antonio Savasta, la toga che in quel momento stava indagando su un giro di fatture false che coinvolgeva lo stesso Dagostino.
Il pm è lì per strappare un incarico che gli consenta di lasciare la
Puglia, trovandosi al centro di diversi procedimenti penali e
disciplinari.

In vista del processo del 4 marzo l’avvocato dei Renzi, Federico Bagattini, ha depositato una lista testi, in cui la carta jolly ha il volto di Stefano Bovoli, cinquantaquattrenne fratello minore dell’imputata Laura. Nella vita fa l’imprenditore (in passato, insieme con altri due colleghi vicini ai
dem, ha provato, senza successo, a impiantare una cittadella
dell’enogastronomia italiana in Cina) e, secondo la difesa, sarebbe
stato pagato 5.000 euro al mese per un totale di 25.000 euro nell’ambito
di una collaborazione che avrebbe compreso anche lo studio di
fattibilità. La sua testimonianza dovrebbe inverare la tesi che il
progetto venne commissionato per davvero.

Peccato che la pm Christine von Borries abbia in serbo una clamorosa contromossa. Il 29 novembre 2018 gli investigatori della Guardia di finanza hanno sentito a verbale a Milano l’architetto bolzanino Ermanno Previdi, 69 anni, rappresentante legale, fondatore e socio di maggioranza dello studio P+P. L’uomo, secondo gli inquirenti, ha riferito «circostanze utili alle
indagini».

Leggiamo le sue dichiarazioni. Le Fiamme gialle gli mostrano le cinque planimetrie inviate dai Renzi a Dagostino e Previdi sembra non avere dubbi: «Riconosco le planimetrie-tavole che mi mostrate in copia. Tale lavoro è stato elaborato dalla nostra società e riguarda in breve sintesi il recupero – mediante riqualificazione – di un complesso agricolo denominato Casa colonica, ubicato nel comune di Reggello (al confine con Rignano sull’Arno, ndr)».

Nelle tavole l’architetto rileva solo piccole differenze: «Probabilmente partendo da un nostro file o da un Pdf sono state aggiunte delle modifiche nelle parti colorate». Il professionista riconosce come propri anche alcuni
particolari: «I pallini gialli e verdi rappresentano gli alberi e sono
stati applicati da noi». Ma, in base al racconto di Previdi, i magheggi non sarebbero terminati: «Il disegno 5 rappresenta la tavola
generale del complesso della casa colonica, ma il cartiglio (un riquadro in cui sono riportate tutte le informazioni relative ai disegni tecnici, ndr)
non è quello che invece insiste sul disegno originale. Infatti il
cartiglio apposto sulla tavola 5 si riferisce a un altro progetto di cui
sono in grado di esibirvi la relativa tavola». A verbale l’architetto
ipotizza che la tavola numero 5 sia «frutto di un collage composto dal
disegno riferito al complesso casa colonica, mentre il cartiglio, datato
31 ottobre 2013, è riferito all’edificio adiacente denominato Tramor».

Nel cosiddetto progetto Tramor lo studio P+P «era stato incaricato per la
progettazione e direzione lavori per la realizzazione del nuovo edificio
commerciale Tramor (ex Arena) e per il recupero del complesso
denominato casa colonica». La ricostruzione del professionista va
avanti: «In riepilogo posso affermare che le altre tavole, essendo degli
stralci di tavole più grandi, certamente sono elaborate su un progetto
dello studio P+P». Previdi al termine esibisce la lettera d’incarico che conferma che il lavoro venne commissionato dalla Tramor «nella persona di Luigi Dagostino» per il cliente Kering.

«Il lavoro è stato fatturato interamente a Tramor srl con cinque sal, come
da documentazione che vi esibisco. Il totale dell’incarico è di 250.000
euro (oltre 322.000 euro comprendendo l’Iva e altre piccole spese, ndr)
a oggi interamente saldato» ha aggiunto l’architetto e ha esibito
«copia dei bonifici con cui Tramor srl ha saldato le 5 fatture». I
bonifici sono stati inviati tra il 6 agosto 2013 e il 2 luglio 2015. Il
penultimo partì praticamente in contemporanea con uno dei pagamenti ai Renzi. Dulcis in fundo il professionista ha garantito che «lo studio P+P non
ha mai intrattenuto rapporti con la Eventi 6 srl e la Party srl (entrambe riconducibili alla famiglia Renzi, ndr)». Una testimonianza che complica ulteriormente, se mai ve ne fosse stato bisogno, la posizione dei genitori di Renzi e del loro presunto complice Dagostino.

Il papà nei messaggi prometteva ai soci: «Vi porto da Matteo»

Il 17 febbraio 2017 Tiziano Renzi riceve l’avviso di garanzia per l’inchiesta Consip e subito scrive un messaggio all’amico Luigi Dagostino:
«Ho messaggi in privato molto belli, che allargano il cuore, ma mi
preme dire oltre al grazie che io non ho croci, razionalmente credo di
poter dire che sono scorregge venute male che lasciano tracce
sgradevoli, ma non determinanti (francesismo)». Poi spiega che il suo
pensiero va a chi soffre per davvero. È questo uno dei tanti sms o
messaggi whatsapp rinvenuti nel cellulare di Dagostino dalla Guardia di finanza e depositati agli atti del processo che inizierà a Firenze il prossimo 4 marzo e che vede imputati Renzi senior, la moglie Laura Bovoli e lo stesso Dagostino.

Le comunicazioni cristallizzano un periodo di affari condivisi e di incontri vorticosi tra Firenze, Roma e la Puglia.

La mattina dell’8 settembre 2016 Tiziano organizza un appuntamento per un certo Marco, amico di Dagostino, con il figlio premier, in Puglia per sostenere il sì al referendum: «Domani sera Matteo è a Lecce. Ho parlato con Eleonora che sarà giù con lui e gli organizza incontri prima o dopo evento. Chiamala o falla chiamare da Marco oppure dammi numero suo che lo faccio chiamare da lei». Il raccomandato dovrebbe essere Marco Lacarra, all’epoca neosegretario del Pd pugliese, il quale aveva contattato Dagostino per poter incontrare il premier, sentendosi scavalcato nell’organizzazione dell’evento referendario.

Qualche mese prima, nell’ottobre del 2015, Tiziano Renzi
sembra preoccupato per l’inchiesta che lo coinvolge a Genova, dove è
indagato per concorso in bancarotta. Il 10 ottobre scrive a Dagostino:
«Ricordati per favore il tuo amico. Ieri deve aver avuto informazioni».
L’imprenditore è in stretti rapporti con il figlio di un importante
magistrato genovese, ma interpellato dalla Verità ha escluso ogni collegamento tra i due fatti. Il 12 ottobre la gip Roberta Bossi, anziché archiviare Renzi senior, chiede un supplemento d’indagine ai pm. Ma il babbo sembra tirare un sospiro di sollievo: «Soprattutto non viene messa in
discussione l’architettura che ha portato alla richiesta di archiviazione», commenta. «Al di là di ciò che scrivono è comunque una buona sentenza perché dà tempo un mese al pm di approfondire una cosa banale davvero…».

Tiziano e Luigi citano nomi di politici, come Luca Lotti, a cui si fa riferimento per alcuni appuntamenti. Ma parlano anche del senatore Nicola Latorre o dell’ex assessore pugliese Filippo Caracciolo. «Stasera rinviato appuntamento. Già parlato con Filippo Luca e fisso al Senato», comunica il babbo il 10 settembre 2015.

Con Dagostino, Renzi senior sembra alla continua ricerca di favori. Per esempio un posto di lavoro per il nipote Andrea. I due amici parlano spesso anche di auto. Le carte permettono di vivere in presa diretta il corteggiamento di Tiziano a una Range Rover sport di proprietà della compagna di Dagostino. «Mi piacerebbe concludere», fa sapere a luglio. Il 16 settembre l’affare sembra fatto: «Bella macchina, mi piace. Grazie».

Dopo una sontuosa cena pugliese che l’amico ha offerto a lui e alla
moglie, Tiziano informa l’amico imprenditore edile di voler rivestire la
facciata di casa di pietre.

Quando sui giornali esce la trascrizione di un’intercettazione di Matteo Renzi in cui insulta pesantemente Dagostino, il babbo scrive all’amico: «Sei una bella persona, l’ho pensato, lo penso e lo penserò perché presumo di conoscerti e niente mi farà cambiare idea».

Questa mattina, alle 10, il giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di
Cuneo Emanuela Dufour si troverà a trattare il destino dell’imputata – in questo momento – probabilmente più famosa d’Italia. Laura Bovoli in Renzi, moglie di Tiziano e mamma di Matteo.

È agli arresti domiciliari, da oltre una settimana, su ordine della
Procura di Firenze che l’accusa di bancarotta fraudolenta e false
fatturazioni.

Dovrà decidere, il magistrato, che cosa fare della richiesta di rinvio a giudizio avanzata dalla Procura, guidata da Onelio Dodero,
nei suoi confronti per concorso in bancarotta documentale aggravata
dall’entità del danno patrimoniale: disporre il processo (sarebbe il
secondo a carico della Bovoli) oppure ordinare il non luogo a procedere.

Sconfessando così il lavoro degli inquirenti che, insieme a mamma Laura, hanno messo sotto inchiesta anche l’imprenditore Paolo Buono e il commercialista Franco Peretta (nel collegio difensivo c’è anche il penalista Luca Gastini, che assiste Mariano Massone nel procedimento fiorentino che ha portato pure quest’ultimo ai domiciliari).

Quella di quest’oggi sarà dunque un’udienza particolarmente
travagliata, e non solo per la complessità delle indagini nate dal crac
della coop Direkta di Mirko Provenzano (che è uscito di
scena patteggiando), una delle tante società che gravitano nei faldoni
d’inchiesta sulle galassie aziendali di Rignano sull’Arno. La prima
sezione della Corte d’appello di Torino, infatti, nei giorni scorsi ha
rigettato l’istanza di ricusazione, presentata dal coimputato Buono, nei confronti del giudice Dufour.

La quale, a sua volta, già nel novembre scorso, in vista dell’udienza
preliminare, aveva autonomamente scritto al presidente del Tribunale di
Cuneo, Paolo Giovanni Demarchi Albengo, chiedendo di
essere sollevata dall’incarico per una presunta incompatibilità avendo
autorizzato le proroghe di indagine, in veste di gip, nel fascicolo
madre sulla Direkta.

Incompatibilità che l’alto magistrato non aveva tuttavia riscontrato, riconfermando la Dufour nel ruolo di giudice della signora Renzi (assistita, in questa come in altre occasioni, dallo storico legale di famiglia, Federico Bagattini).

Laura Bovoli, è già a dibattimento (prima udienza fissata per il 4 marzo 2019) a Firenze, insieme al marito Tiziano Renzi, per quanto concerne un diverso filone giudiziario, per presunte false fatture per 200.000 euro. Quest’oggi la signora potrebbe trovarsi a dover aggiungere una nuova data al suo già fitto calendario giudiziario dei prossimi mesi.

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