L’Unità: “Non meritano la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio”.

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È storia, ma mai abbastanza ricordata quella di una terribile edizione dell’Unità, il quotidiano che per decenni si è vantato già nella testata di essere stato fondato da Antonio Gramsci e che in quell’uscita in edicola del 30 novembre 1946, scriveva: «Ancora si parla di “profughi”: altre le persone, altri i termini del dramma.

 Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non sotto la spinta del nemico incalzante, ma impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori. I gerarchi, i briganti neri, i profittatori che hanno trovato rifugio nelle città e vi sperperano le ricchezze rapinate e forniscono reclute alla delinquenza comune, non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già così scarsi». L’«alito di libertà», secondo i compagni dell’Unità, era quello degli aguzzini del maresciallo Tito la cui pulizia etnica veniva bonariamente definita «avanzata di eserciti liberatori», mentre «gerarchi, briganti neri» erano definiti gli italiani costretti a fuggire dalle torture e dalla morte nell’orrore delle foibe. Una terribile follia, quella dei giornalisti comunisti (che almeno allora avevano il coraggio di definirsi tali), della quale nessuno ha mai nemmeno sentito il bisogno di chiedere scusa.

Una delle pagine più disgustose della sinistra italiana che fa il paio con il Treno della vergogna, quello che nel 1947 portò ad Ancona gli esuli scappati da Istria, Quarnaro e Dalmazia. Con i ferrovieri che lo ribattezzarono «treno dei fascisti» e lo presero a pietrate alla stazione di Bologna. Tanti anni sono passati, il comunismo è stato sepolto dagli stessi comunisti che oggi sono i primi a vergognarsene e agli esuli istriani e dalmati è stata dedicata per legge il Giorno del ricordo. 

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